sabato 30 novembre 2013

Distanze e Malafigure

Le distanze sono infinite. Per andare da Wimbledon a Ealing Broadway, stessa linea verde, la District Line, rimanendo sempre ad ovest e cambiando metro solo una volta, il tempo minimo è di quasi un'ora.
Se siete incontinenti, Londra non fa proprio al caso vostro.
Se una notte, dopo aver passato una bellissima serata al pub con gli amici siete colti da un improvviso attacco di diarrea, probabilmente vi troverete ad almeno 50 minuti di mezzi pubblici da casa e dovrete ancora salire e scendere centinaia di scalini, cambiare metro sperando che non sia l'ultima e che la stazione non sia chiusa, aspettare minuti che diventano infiniti, uscire al freddo ed aspettare l'autobus che vi porterà a circa altri 10 minuti di strada a piedi da ciò che in quel momento desiderate di più e che in metro non troverete: il bagno.
Se siete generalmente ritardatari dovrete sempre tenere a mente che per arrivare puntuali ci vuole molto più tempo di quanto vi immaginate. Io questo non l'ho ancora imparato.

Dopo essere stato ad una conference sulla Business Information alla British Library, gratuita ma abbastanza annoiante, mi fermo a mangiare un po' di sushi da Itsu e vado ad un evento organizzato da MakePositive è rivolto solamente ai programmatori di Salesforce. 
Ovviamente io questo non l'avevo capito. E me ne accorgo solo quando, dopo aver ascoltato senza capire nulla ciò che dicevano gli altri, decido di parlare un po' di MyCookin.
Le facce dei presenti rimanevano immobili e non ricevevo nessuna domanda, finché, uno degli organizzatori mi chiede: cosa c'entra con Salesforce?
Ed io, povero incosciente, rispondo: cosa è Salesforce?
La seconda pessima figura arriva quando confesso che MyCookin è stato sviluppato in ambiente Microsoft e ricevo subito il tipico Buuuuuu con pollice all'in giù del popolo anglosassone.
Ma sono qui per questo. E chiunque dovrà sapere che esiste un nuovo Social network sulla cucina unico, originale ed innovativo.

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venerdì 29 novembre 2013

Casa, salmone e fortuna

Wimbledon Theatre
Le prime cose da fare a Londra sono comprare una scheda telefonica inglese, che costa meno di 1 pound e si trova anche nei piccoli markets, e prendere un appuntamento (tel +44 08456000643 ) per ottenere il National Insurance Number, necessario per lavorare, rispondendo ad alcune domande come se fosse un'interrogazione a scuola: come ti chiami, quando sei nato, dove vivi, da quanto sei a Londra, cosa vuoi fare a Londra, quanto vuoi rimanere a Londra, e così via. Consiglio di tenere a portata di mano l'alfabeto internazionale per fare lo spelling del vostro nome e cognome che nessuno capirà mai.
Aprire un conto in banca è stato facilissimo: mi è bastato recarmi alla Barclays e rispondere ad un questionario di un'ora in cui ti chiedono dove vivi, se lavori, come vedi la tua vita a breve, medio e lungo termine, cosa ti piace fare, etc.
Sto capendo quindi che il mio perenne 6 scolastico valeva molto più di un 6, mentre mi do un 5- in "conversazioni parlando del più e del meno".
Il mio cervello infatti capisce diverse parole ma fatica a metterle insieme ed a volte, dopo qualche minuto, si spegne e comincia a chiedermi: ma perché non parlano spagnolo?

La fortuna mi assiste. Dopo aver visto solamente due case, una più sporca dell'altra, trovo una fantastica sistemazione a Wimbledon in casa di David, che avevo conosciuto qualche mese fa a Palermo quando eravamo entrambi in vacanza in Sicilia. Lascio quindi la stanza che mi aveva prestato Fabio ed un po' con dispiacere per la bella compagnia di Alessandro e Valeria, mi trasferisco da David.

Sono in uno di quei bellissimi periodi in cui tutto gira dalla mia parte: ho bisogno di una prolunga? Entro nel primo negozio di elettronica e la trovo all'entrata sulla destra in offerta. Ho voglia di un hamburger? Alzo la testa e trovo un Burger King. Voglio vedere una stanza che si libera in casa di Filippo? Nemmeno il tempo di chiamare che bussa alla porta il proprietario!
Ho provato a pensare di aver bisogno di mille pound, ma non ho ancora trovato un portafoglio a terra. E non ha nemmeno funzionato pensando ad una bella Audi. 
Ma con la fortuna si sa, bisogna essere modesti.

Londra è cara nei trasporti pubblici e nelle case ma fare la spesa o fare shopping costa molto meno che in Italia. Dopo aver viaggiato parecchio negli ultimi 5 anni, sono arrivato alla conclusione che il pane è orribile solo a Milano: ovunque in Europa il pane ha la mollica dentro ed ha un certo peso, al contrario della città in cui ho vissuto per ben cinque anni. Il salmone costa poco e questo mi rende un uomo felice.

Quello che non capirò mai è perché si ostinino ancora ad avere due rubinetti separati per l'acqua: mano sinistra perennemente bruciata, mano destra perennemente congelata. Fuckin' hell.

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giovedì 28 novembre 2013

Sorry

23 novembre. Londra. 

Non riesco a svegliarmi prestissimo come pensavo, ma riesco ad uscire di casa alle 10.30. Alla fine la mia classica tosse annuale che speravo di evitare è arrivata e dovrò aggiungere "Farmacia" alla lista dei to do.

Vado alla T-Mobile per cercare di risolvere il problema che avevo anche in Colombia e che non mi permette di utilizzare internet. Mentre il commesso gioca col mio Iphone, un uomo in camicia, penso il boss della situazione, mi chiede alcune cose.
- wtwtwrwrw living here?
- two weeks
- and wtwtwtrwwt stay?
- i don't know. I want to stay here.
- wtwtwtrwwt work?
- No. I'm looking for it.
- wrwtwtwttwtwtwtw?
- sorry?
- wrwtwtwttwtwtwtw?
- ehm... No..
- ok

Non ho proprio idea di ciò che mi abbia chiesto per ultimo, in quella frase detta praticamente senza aprire bocca e muovere la lingua. E magari ho risposto con un no alla domanda "vuoi lavorare qui per 1000 pound al giorno?"
Non lo saprò mai.
So solo che esiste una specie di comando che si aziona dicendo "Sorry?" che ti permette di risentire la traccia audio dell'inglese di turno, esattamente nello stesso modo, né più lento, né più veloce e senza aiuti o sottotitoli.
Praticamente se non capisci una cosa una volta, non la capirai nemmeno se la senti la seconda volta.

Passo a trovare Valeria dove lavora, al negozio Clarks, le famose scarpe di Dylan Dog e che qui costano quasi la metà rispetto all'Italia. Mi fermo al Caffè Nero a mangiare il mio muffin preferito, il blueberry muffin, e bevo un caffè. Totale 3.25 pounds. 
Mi reco quindi alla Barclays dove prendo un appuntamento per aprire un conto inglese, poi vado da Filippo a prendere le altre due mie valigie.

Nella lista delle cose da fare ho ancora cercare casa, chiamare mio fratello e la mia famiglia, contattare Tech Hub, parlare con Diana, andare a prendere Mario, farmi passare la tosse, varie ed eventuali.

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mercoledì 27 novembre 2013

Ritorno a Londra


Solamente quattordici giorni fa mi trovavo alla stessa altitudine di 39000 piedi, circa 12 chilometri, su un aereo che andava nella direzione opposta a quella di oggi e che mi stava portando a vivere una delle esperienze più belle della mia vita, uno di quei viaggi perfetti che volano in fretta, quasi più di questo aereo, e che vorrei non finisse mai.


Fare il web check-in la sera prima del volo che da Cali mi avrebbe portato a Bogotà mi permette di scoprire che l'orario è stato anticipato di un'ora. Un'ora in meno al ritorno ed un giorno in meno all'andata, per la
posticipazione del volo. Prima o poi vorrò recuperare questo tempo perso.
Faccio mettere un timbro nel passaporto per la exención de impuestos, affinché non debba pagare delle tasse alla compagnia aerea e passo praticamente tutte le 8 ore di attesa fino al volo per Londra, con scalo a Parigi, seduto al crepés&waffels, dove mangio una bomba ipercalorica, un pancake di avena con mela e miele, e poi una buonissima crepe con pollo al curry. Per fortuna l’aeroporto di Bogotà è pieno di prese elettriche e il wifi è libero e gratuito.

Al controllo passaporti, il tizio della dogana mi guarda e guarda il pc, poi mi riguarda e guarda nuovamente il pc. Alla terza volta mi dice di seguirlo. 
Dopo quasi le stesse vicissitudini a Francoforte e a Londra, ormai sono convinto che nel mondo ci sia un terrorista esattamente uguale a me.
Il tizio, che per comodità chiamerò Francesco, si reca da un altro tizio, che per comodità chiamerò Antonio. Francesco e Antonio, mentre io aspetto quasi preoccupato a 10 metri di distanza da loro, se la sghignazzano guardando il mio passaporto e il loro pc. Ogni tanto mi guardano e tornano a guardare il pc. Non so esattamente cosa ci fosse lì, o cosa ci fosse nel mio passaporto o nella mia faccia, ma fortunatamente, dopo l'ennesima risata, si decidono a farmi passare timbrandomi il visto d'uscita.

Prima di partire compro due bottiglie di aguardiente che sono tentato di bere in aereo. Ma non ce ne sarà bisogno: dormirò, male, ma per quasi tutte le dieci ore e mezzo del viaggio.
Qualche ora più tardi, a Parigi Orly, le regalerò all'assistente di terra dell'AirFrance, dopo aver completamente dimenticato di conservarle nel bagaglio da stivare.
Sono stanco e questo è l'effetto.

Il 5 novembre, con il mio viaggio di sola andata per Londra è ufficialmente iniziata una nuova vita. Ho messo da parte per due settimane il mio numero di telefono italiano e sono stato abbastanza lontano da internet e dagli impegni della vita quotidiana.

Con Diana, una ragazza Colombiana dal perenne sorriso e con dei bellissimi occhi scuri, penso di aver rotto una serie di maledizioni che mi accompagnavano praticamente da quando ero a Milano e sono certo che sia stata la persona perfetta, quasi inaspettatamente, tanto da raggiungere subito una sintonia che ci ha posto sulla stessa lunghezza d'onda.

Da domani inizia la mia vita londinese a tempo pieno, che sarà interrotta solo dalla pausa natalizia a Palermo. Dovrò cercare casa e recuperare il tempo che non ho dedicato a MyCookin.

Uno slogan turistico colombiano recita:

"El único riesgo es que te quieras quedar" (l'unico rischio è che vorrai restare)

e per davvero questo è stato l'unico rischio che ho corso in questo meraviglioso viaggio di due settimane.

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martedì 26 novembre 2013

Cali

Dovremmo aver mangiato qualcosa che ci ha fatto male: forse il pollo alla Playa Blanca, che si raggiunge in barca da Taganga con solo 7000 pesos andata e ritorno, o il prosciutto e il formaggio comprati in un piccolo market lungo la spiaggia. Sennonché, il ritorno a Cali con scalo a Bogotà si rivela un altro viaggio infinito accompagnato da nausea e febbre, e la sera tornati a casa non ci rimane altro che andare a dormire.
Cali è la seconda città della Colombia, con 2 milioni e mezzo di abitanti. Il suo centro ricorda molto le vie che attraversano la via Maqueda a Palermo durante il mercato del Capo, solo un po' più grandi. Queste strade, per via dei negozi aperti e delle bancarelle per strada si rivelano super trafficate, ed attraversare la strada diventa praticamente impossibile davanti ad una serie di pullman e auto che non rispettano semafori, precedenza e stop, proprio come a Palermo. Un uomo, stanco di aspettare, si improvvisa vigile per un minuto e ci aiuta ad attraversare bloccando il traffico e rischiando di essere linciato da decine di motorini che si infilano dove possibile.
Centinaia di venditori ambulanti offrono cd e dvd copiati, frutta, magliette della squadra di calcio della Colombia, lacci per scarpe, borse e roba di ogni tipo. Alcuni tritano manualmente la canna da zucchero girando rapidamente una ruota e facendone uscire il suo succo. Altri, con un cartello riportante la scritta "minutos", portano in mano un paio di cellulari e vendono chiamate telefoniche tariffate a scatti di 1 minuto. Altri ancora, gridano al microfono le offerte del proprio negozio accompagnati da musica tipicamente latina. Un vero bordello insomma, ma bello e caratteristico. Da vedere e soprattutto vivere.
Gli indirizzi delle strade in Colombia non hanno nomi facilmente mnemonici. Semplicemente, la città è divisa in carreras e calles, a secondo che la strada disegnata in una mappa sia verticale od orizzontale. E i numeri civici diventano qualcosa come Calle 11, Carrera 14, palazzo 13. Se aggiungete poi che alcuni numeri sono affiancati dalle prime lettere dell'alfabeto, vi renderete facilmente conto che alcune strade sono sconosciute persino ai tassisti e non voglio nemmeno immaginare come impostare un navigatore satellitare.
Tutte le auto che offrono servizi pubblici riportano un cartello sia all'interno che all'esterno: "Como Conduzco?", cioè "Come sto guidando?". Sotto questa scritta un numero gratuito che permette di segnalare eventuali infrazioni stradali da parte di quell'autista. Idea intelligente, ma evidentemente poco utilizzata.
Il piano terra di ogni edificio è il piano numero 1, ed il nostro primo equivale quindi al secondo, e così via.
Ogni tanto, ad orari non stabiliti e sia di giorno che di notte, potete sentire il suono di un carillon: è il gelataio ambulante.
Ogni tanto, ad orari non stabiliti e sia di giorno che di notte, potete sentire il suono di un rullo di tamburi e tamburelli: sono dei ragazzi, i Diablos, vestiti con delle maschere a forma di scheletro che elemosinano qualche pesos dalla gente per strada.
Per ultimo, la mia idea di avere Movistar come compagnia telefonica in queste due settimane colombiane si è rivelato utile ma altrettanto fastidioso: solo loro sapevano il mio numero e si divertivano a mandarmi ogni giorno un messaggio pubblicitario diverso, oppure a chiamarmi da numeri sempre diversi, oppure ancora a farmi apparire pericolosi pulsanti nell'iPhone affinché premessi per sbaglio quello di "Accetta".

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lunedì 25 novembre 2013

Tayrona e Chairama

Sveglia alle 4.30 e pronti per recarci con la guida all'entrata del parco. Siamo lì alle 6.30 e bevendo un caffè la guida comincia a raccontare le sue passate esperienze, tipo quella in cui sentirono il ruggito di una tigre a metà percorso. Incoraggiante come inizio.
Piove molto e nel percorso ci riparano un poco i fitti alberi tipicamente tropicali. Ci aspettano 12 km camminando, di cui 5 in salita e sotto la pioggia.
Il paesaggio è davvero incantevole e la sensazione è quella di essere lontanissimi dalle comodità della vita a cui siamo abituati. Respiriamo il buonissimo odore della pioggia, ascoltiamo il cinguettio di diversi tipi di uccelli, notiamo alberi secolari e diverse specie di funghi, ammiriamo il paesaggio di un fitto bosco con le alte montagne della Sierra Nevada come sfondo.
Nel nostro percorso in salita, rallentato spesso da enormi banchi di fango in cui ovviamente immergo più volte il mio piede, e reso ancora più piacevole da piccoli torrenti d'acqua da attraversare ed in cui era possibile rinfrescarsi, incontriamo granchi di terra dal colore scuro, rane velenose dal tipico lo colore giallo fosforescente, migliaia di formiche di ogni dimensione intente a trasportare pezzi di foglie al loro formicaio. Il percorso ripido e pieno di ostacoli da attraversare, cunicoli in cui passare e piccole gallerie scavate dalle rocce, ci fanno quasi tornare bambini in un gigantesco parco avventura, ed anche un poco boy-scouts, quando curiamo con la bocca le piccole ferite causate da rami e filo spinato o cerchiamo di aiutarci con dei tronchi trovati lungo il sentiero.
Stiamo per arrivare in cima, a circa 450 metri. Il terriccio ai nostri piedi comincia a brillare di piccoli pezzi luccicanti come l'oro. In realtà, ci spiega la guida che all'inizio ci aveva illuso, non è oro tutto ciò che luccica, e quell'abbaglio era soltanto un minerale molto simile.
Superate le ultime pietre di quarzo bianco, vediamo dei  giganteschi massi formare una piccola caverna. Al suo interno, migliaia di anni fa, gli indigeni di quella montagna si riunivano per sacrifici e preghiere, gettando nel suo pozzo naturale pietre di quarzo o di oro, rendendo quel posto un vero tesoro nascosto a metri di profondità e tutt'ora irraggiungibile.
Eccoci quindi a Chairama, un villaggio costituito da case fatte con terra e foglie di palme, dove la gente vive ancora senza elettricità, acqua corrente e a piedi scalzi. Indossano tutti un abito bianco e una cintura marrone. Il loro cappello dello stesso colore a volte viene sostituito da un berretto della Nike o della Puma, un poco in contrasto con tutto il resto. Vivono di agricoltura e di artigianato venduto ai turisti, ma anche di felicità e serenità lontani dalla bramosia del denaro a cui le città ci abituano.
Iniziamo quindi il percorso in discesa caratterizzato da grandi rocce scalfite dalla pioggia e dal vento. Scendiamo per un'ora, saltando di roccia in roccia, a volte reggendoci per qualche tronco che sembra essere stato messo lì a posta.

Dopo circa 5 ore di cammino, il paradiso si presenta ai nostri occhi: palme, prati verdi e un mare dal colore azzurro. Sudati e stanchi, ci tuffiamo a mare, ci riposiamo un'ora e mangiamo.

L'ultima ora di cammino la percorriamo interamente a piedi scalzi lungo spiagge immense e piccoli percorsi di terra, fango e rocce.
Prima di tornare l'effetto del repellente è finito da un pezzo ed io vengo divorato dalle zanzare fermandomi ad osservare il formicaio più bello che abbia mai visto in vita mia.

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domenica 24 novembre 2013

Santa Marta

Lungo la costa della Colombia l'accento spagnolo è quasi identico a quello dell'Andalusia. La s non viene utilizzata ed a volte viene quasi aspirata.
Onnipresente sono gruppi di guardie con una casacca gialla fosforescente recante la scritta "Policia". Sono per lo più ragazzini che prestano il servizio civile e presidiano i posti più a rischio. A loro la gente chiede per lo più informazioni.
I tempi sono allungati come in Sicilia: 10 minuti diventano facilmente 30 e le distanze quasi si triplicano. Il caffè tipico riporta il nome Juan Valdez ed identifica il caffè colombiano quasi come il Baffo rappresenta la Moretti in Italia.

Per la strada ci sono parecchi posti di blocco, a volte anche con soldati appostati e carri armati.
Arriviamo in un ostello a 8 km da Santa Marta, con il mare e la spiaggia di fronte, ma molto basico e non del tutto pulito.
Mangiamo lungo la spiaggia principale di Santa Marta, piatto completo con pollo, carne, peperoni, insalata e cipolla fritta. Nei posacenere è sempre presente una salviettina umidificata, per raccogliere meglio la cenere e non farla volare via.
Prima di tornare, passiamo al Rodadero, una spiaggia vicino il nostro ostello e dopo aver fatto un bagno nell'acqua fredda dell'oceano, prenotiamo una passeggiata al Parque Tayrona, alla volta di Chairama, una città vecchia quanto Machu Pichu, e il mare, stavolta azzurro garantito.

Siamo stanchi, per noi serata massaggi.

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sabato 23 novembre 2013

Cartagena de Indias

Cartagena de Indias fu il principale porto durante il periodo della colonizzazione spagnola. La città all'interno delle mura è meravigliosa, con palazzi di due piani colorati, finestre in legno, strade piccole e ricche di negozi, carrozze e venditori ambulanti di cibo e frutta. Fino adesso ho incontrato pochi turisti europei e nessun italiano, probabilmente per il periodo. È quasi dicembre e si comincia a sentire il Natale, un Natale sicuramente diverso da quello a cui siamo abituati, con 30 gradi e musiche caraibiche, ma con testi a tema, babbo natale e presepe per le strade. Nei taxi e per la strada si sentono canzoni tipo "La musica de diciembre suena", o "Ya llega la Navidad, disfruta!”

Passiamo il pomeriggio girando la città e bevendo qualcosa al café del mar, dove viviamo un bellissimo tramonto. La mattina dopo siamo diretti all'isola del Encanto, facente parte delle Islas del Rosario, in pieno mar dei Caraibi. Ci vengono a prendere con una tipica Chiva colombiana, un bus in legno molto colorato con delle scale parecchio scomode per la salita.
Con enorme sorpresa, il famoso mare azzurro che immaginavamo si presenta come Mondello ad agosto: verde e per niente trasparente. Stetti quindi tutto il tempo a chiedere “dov’è il mare azzurro?”, anche ai venditori di collanine e braccialetti che appena mi chiedevano se volevo comprare qualcosa gli rispondevo: “tu prima dimmi dov’è il mare azzurro”.
Migliora un poco in un'altra isola, dove è presente un acquario che non visitiamo, ma che non è niente a che vedere con il mare della Sicilia o della Sardegna. A causa della pioggia e delle correnti, ci spiegano, il mare non è azzurro. Ma potevano dircelo mentre ci facevano vedere delle foto paradisiache risparmiandoci 110 mila pesos ciascuno, più 24 mila pesos di tasse portuali.

Tornati in hotel, mentre stavo dicendo a Ramon, assistente dell'hotel, che il mare non era come lo desideravo, mi sento chiamare da Diana.
"Ale, Ale, .., la nostra chiave è bloccata."
Avevo sbagliato la data di checkout e saremmo dovuti andar via proprio quel giorno, senza una prenotazione a Santa Marta. Rimaniamo quindi un'altra notte e optiamo per un più comodo van privato per tornare a Santa Marta.
La mia valigia viene posta sul tetto di questa macchina 10 posti, e noi rischiamo la vita più volte con i sorpassi azzardati del conducente, a quanto pare tipici in Colombia.

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venerdì 22 novembre 2013

Vivere il posto

Il viaggio da Santa Marta a Cartagena, che all'inizio sembrava una passeggiata rilassante, si rivelò ben presto un viaggio infinito e distruttivo. Il bus andava rallentando non appena vedeva gente, e il solito "bigliettaio" apriva la porta gridando "Cartagena, Cartagena". A volte addirittura saltava dal bus in movimento e scompariva. Dopo qualche minuto e qualche centinaio di metri più in là, riappariva magicamente con almeno 2 persone dirette alla nostra stessa città.
Arriviamo stanchissimi, dopo circa 250km in quasi sei ore, ma nell'hotel più bello e altrettanto costoso del viaggio.

Le zanzare adesso ci sono, ma abituato a quelle di Milano potrei anche non mettere il repellente. Sono lente, si ammazzano facilmente e le loro punture al confronto fanno quasi il solletico.
I miei capelli sono un po' più corti da quando prima di partire per questo tour decisi di provare l'esperienza di un barbiere colombiano a Cali. Poche parole, a differenza dei lunghissimi discorsi affrontati dai barbieri italiani, e tanti capelli in meno. Ma il bello di un viaggio è proprio vivere i posti come se ci stessi abitando.

Ho capito presto che le distanze e il tempo sono proprio come quelli siciliani: i chilometri si triplicano ed anche i minuti. Se qualcuno ti dice "10 minuti", moltiplica almeno per tre. Se pensi di percorrere 100 km in bus, immagina che siano almeno 300.


Quante cose in comune con la mia terra.

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giovedì 21 novembre 2013

Verso Cartagena

La differenza di temperatura tra Bogotà e Santa Marta è notevole. Appena sceso dall'aereo vengo travolto da un'ondata di caldo umido e questa sensazione mi ricorda per un attimo il mio viaggio in Indonesia di qualche anno fa. 
Una volta recuperati i bagagli, prima di uscire dall'aeroporto un uomo controlla che il numero riportato nel tuo biglietto corrisponda a quello attaccato nella valigia. Un controllo che rallenta sicuramente un poco l'uscita dall'aeroporto ma che assicura maggiore sicurezza e tranquillità al tuo viaggio.
Con 24000 pesos raggiungiamo la stazione degli autobus e con 44000 pesos prendiamo il primo in partenza per Barranquilla e Cartagena. Durante il percorso, due impiegati della linea Flamingo, gridano il nome delle due destinazioni ad ogni gruppo di persone incontrate per strada, aprendo la porta e saltando fuori con il bus in movimento finché il bus non si riempia. 
Mangiamo un buonissimo Dedo de Queso prima di partire, poi lascio Diana leggere un libro di Fabio Volo, Il giorno in più, e io mi rilasso ascoltando musica e godendomi il paesaggio, a tratti identico a quello siciliano.

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mercoledì 20 novembre 2013

Bogotà

La Candelaria, Bogotà

Il rispetto e la cordialità della gente colombiana vi sorprenderanno senz'altro. Si vede sull'autobus, dove i posti riservati agli invalidi non sono sempre occupati e dove tutti fanno il biglietto salendo dalla porta anteriore, passando per un tornello. Si vede da come vi accolgono, sempre con un "bienvenidos", e da come vi ringraziano, con un "muy amable" o "mucho gusto", o da come vi chiedono qualcosa, con un "me regalas...?".


Da siciliano capisco benissimo i luoghi comuni riferiti al narcotraffico, alla droga e alla criminalità, ma sembra che questa nazione abbia fatto passi da gigante in tema di sicurezza. I pensieri della gente lontano da questi luoghi, invece, sembrano essersi fermati ai periodi peggiori.

La colazione in Colombia è essenzialmente salata e fritta, ma è sempre accompagnata da frutta e succhi buonissimi. Il pranzo include sempre del riso e la carne è quasi sempre tenera e buonissima. Al supermercato troverete frutti che non avete mai visto, come il Lulo, o diversi da quelli a cui siete abituati, come Pitaya o Carambola. Per strada troverete sempre qualcosa da mangiare in piccoli locali che vendono arepas con carne, chorizos, carne arrostita, e potrete saziarvi anche con meno di 5 euro.
Passeggiando per le strade o nei taxi vi capiterà di sentire salsa, merengue, bachata e raggaeton. Non dimenticherete mai di trovarvi in Sudamerica.

Alloggiamo in una suite a due piani di un bed&breakfast a Bogotà, nel quartiere La Candelaria, tipico per le sue piccole case colorate e molto folcloristiche. Al piano terra, dove è presente la reception e dove viene servita la colazione, ci accolgono sempre un profumo di incenso e un ambiente molto casalingo, per niente lussuoso. Una scala a chiocciola ci porta alla nostra abitazione al terzo piano dove il tetto vetrato permette di dormire sotto le stelle, un'amaca di rilassarti, una stanza di avere ancora più intimità.
Dopo aver mangiato una almojabana in un panificio per strada, visitiamo il museo dell'oro e incontriamo Pablo e Karol, caleños anche loro, con cui andiamo a mangiare una buonissima bandeja paisa, un piatto composto da fagioli, riso, chorizo, platano maduro, morcilla, aguacate, uova, carne triturata, chicharrón ed accompagnato da un bicchiere di refajo, birra con gazzosa colombiana.
La sera passeggiamo per la zona T e beviamo una birra artigianale al Bogotà Beer Company.

Bogotà si trova ad un altitudine di 2600 metri e questo la rende una città relativamente fredda con la sua temperatura che scende facilmente anche a 10 gradi. La benzina costa 8150 pesos, circa 3 euro, e la punta più alta è Monserrate, raggiungibile con il teleférico o il funicular, dove una Chiesa sovrasta la città più grande che abbia mai visto. Dietro la Chiesa, in una stradina piena di negozi di souvenir e posti in cui mangiare piatti tipici, è possibile bere un tè con foglie di coca addolcito da panela.

La giornata inizia presto ed altrettanto presto finisce. Verso le 23 i locali sono già quasi tutti chiusi e noi andiamo a mangiare a El Gato Gris, posto incantevole con musica dal vivo. Mangiamo empanadas e beviamo birra e aromática de fruta, una tisana con hierba buena, uva, ciliegie, fragole, mela, panela e granatina.

Questi giorni superano felicemente ogni aspettativa. Siamo pronti per il mare di Cartagena e Santa Marta.

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domenica 10 novembre 2013

L'arrivo a Cali

L’aereo per Cali ritardò più di un’ora e nell’attesa io, che furbamente avevo già messo in valigia la felpa, cominciavo a morire di freddo per la temperatura dell’aeroporto che era forse inferiore a quella di fuori. Erano già quasi 20 ore che ero sveglio e per il mio corpo l’orario era ancora quello europeo, circa le 4 di notte. Non appena sceso dall’aereo, il percorso verso il ritiro dei bagagli fu alquanto oscuro. Quasi tutte le luci erano spente ma almeno cominciavo a recuperare calore per i 27 gradi presenti lì.
Il nastro che trasportava i bagagli era piccolo e nessun televisore indicava la provenienza. Fu un uomo a gridare “Ya llegan los de Bogotà”, lo stesso che, non appena mi resi conto che l’unico bagaglio che continuava a girare in quel nastro non era il mio, mi disse che era già arrivato con un altro aereo ed era conservato in un ufficio della compagnia LAN, al secondo piano.
Il taxi che mi porta dall’aeroporto a casa di Diana impiega circa 30 minuti e mi costa 50000 pesos, circa 20 euro. Durante il tragitto, nonostante l’orario notturno vedo gente lavorare in officine d’auto, camminare per strada, mangiare. Dopo quasi 24 ore di viaggio mi sento veramente stanco. Mi sveglierò lo stesso intorno alle 5 di mattina: il mio corpo non ha ancora capito che si trova dall’altra parte del mondo.
La mattina facciamo colazione con buñuelos, pandebonos e caffè filtrato con un piccolo sacco di tela, come si faceva una volta in Colombia. L’abbaiare di alcuni cani, le grida di alcuni venditori ambulanti e il caldo mi ricordano quelli di un luglio palermitano. Facciamo un giro per un centro commerciale dove mangiamo empanadas accompagnate da alcune salse diverse: guacanale, veriche, criollo, mustaza. E beviamo una lulada, una bevanda fatta di Lulo, ghiaccio tritato e zucchero di canna. Prima di tornare, per strada compriamo anche due chondaduros, tipici di Cali, e un po’ di mango. Che meraviglia.
Nel tardo pomeriggio facciamo una passeggiata di fronte la Chiesa di San Antonio dove c’è una vista incantevole dei grattacieli di Cali e prima di tornare ci fermiamo a bere un calice di vino bianco in una terrazza di un locale con vista sulle luci della città e della musica dal vivo davvero incantevole.
Il giorno dopo invece passiamo una bella giornata allo Zoologico di Cali che ospita 350 animali di più di 200 specie diverse e nel pomeriggio mangiamo un Cholado, un bicchiere riempito di ghiaccio tritato, frutta, granatina e arequipe, di cui è interessantissimo osservarne la sua preparazione, dal ghiaccio che viene triturato manualmente alla frutta che viene tagliata a piccoli pezzi.

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venerdì 8 novembre 2013

Primera vez en Sudamérica

Il mio aereo per Bogotà parte alle 07:10 da Heathrow e fa scalo a Charles De Gaulle, Parigi. Siedo accanto una ragazza Colombiana di pochissime parole e, a parte venti minuti di turbolenze in pieno oceano atlantico ed un pasto orribile, arrivo puntuale, sano e salvo in poco meno di 12 ore di volo.
All'aeroporto El Dorado di Bogotà si respira quasi un clima di guerra: moltissimi poliziotti, esercito con fucili, polizia con casacche gialle che educano le persone ad essere prudenti, cani anti droga.
Una chiamata in Italia col mio numero italiano mi costa 6 euro al minuto ed un sms quasi un euro. Decido quindi di occupare parte delle mie 5 ore disponibili prima di ripartire per Cali per andare a comprare una scheda Movistar e attivare almeno una settimana di internet.
Il taxi fino al primo centro commerciale mi costa 12000 pesos, circa 5 euro, comprensivo di guida in perfetto stile palermitano, attraversamento di un marciapiede e scontri con altre auto sfiorati per millimetri.
Sia a Londra che a Parigi, la connessione a internet tramite wireless è gratuita rispettivamente per 45 e 30 minuti, a Bogotà invece non ci sono limiti. A Londra e a Parigi ho visto delle comodissime sale per potersi riposare con poltrone da far invidiare quasi i letti singoli. In Italia c'è ancora qualcosa che non va.
Mi dimentico del fuso orario, 6 ore in meno rispetto a Palermo, e chiamo mio padre svegliandolo nel cuore della notte. Poi faccio i controlli e aspetto il prossimo volo, già in ritardo di 20 minuti, stanchissimo a causa del jet lag e un poco infreddolito per i soli 10 gradi in questa città a 2500 metri di altezza.
Diana mi aspetta già a casa ed io vorrei teletrasportarmi.

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London, giorno 1 di X

La prima cosa di cui mi sono stupito a Londra è stato il mio inglese, e gli inglesi. Ricordavo le persone come poco socievoli, poco disponibili ad aiutarti e a darti indicazioni ed a ripeterti qualcosa quando non la capisci. Invece mi sorprendo quando appena arrivato a Gatwick parlo del più e del meno, senza grossi problemi e per tutto il tragitto, con l'autista dell'EasyBus che mi dice che il mio accento inglese è come quello di uno spagnolo ed è felice di illudersi che un giorno io sia il Mark Zuckerberg della situazione, nel mondo della cucina.
I 10 pound però, che mi ha spillato per lo spazio della valigia nonostante il bus fosse completamente vuoto e nonostante sia saltata fuori la classica battuta "you Sicily man, you are the Godfather", non me li ha restituiti.
Mi stupisco anche del tizio della metro a cui ho chiesto indicazioni chiedendogli di ripetere almeno 3 volte dopo che rispondevo "si" alla domanda "do you understand?". Ottima pazienza.
Ricarico tranquillamente la mia scheda telefonica inglese di 10 pound e prendo la Oyster Card per la metro, che anche questa mi costa in totale 10 pound. Praticamente 30 pound in meno di un'ora e le mie idee sul risparmio estremo che mi ero prefissato vanno già a farsi benedire.
Trascorro una piacevole serata con Filippo, Elisa e Cicia, carissimi amici dai tempi dell'Erasmus a Valencia e vado a dormire felice, sentendomi già come a casa.

Proprio mentre il cameriere del Caffè Nero rovescia su di me e sul mio cellulare inglese tutto il cappuccino lasciato sul tavolo da qualcuno, rivedo Andrea dopo anni di amicizia a Palermo ed anche lui emigrato a Londra. 
Le prime cose da fare, e che faccio, sono chiamare per il National Insurance Number, informarsi per un conto in banca, mangiare muffin, mangiare sushi, comprare un ombrello ed andare a curiosare al TechHub dove ho intenzione di andare a lavorare a MyCookin.
Passo perfettamente la prova "colloquio telefonico per il NIN", ma non sono bravo a convincere la signorina a prendere un'appuntamento dopo il 22 novembre, dato che non sarò stabile a Londra fino a quella data, e mi dice di richiamare appena tornato.
Per aprire un conto in banca, invece, ho bisogno di una prova di residenza, che si ottiene avendo una casa o un lavoro. Il lavoro però, non lo ottieni senza il NIN. È un cane che si morde la coda, ed io forse voglio correre un po' troppo. Ma non voglio perdere tempo né cazzeggiare, solo fare una vacanza prima di iniziare sul serio la mia nuova vita, consapevole del controsenso a quello che dico e penso, e confermando la diagnosi della mia pazzia da vagabondo.

A 10000 metri di altezza sopra l'Oceano Atlantico, con -49 gradi fuori e ad una velocità di poco più di 1000 km/h, scrivo questi appunti su Londra e aspetto che l'aereo atterri a Bogotà, in Colombia, tra circa 8 ore ancora.

Colonna Sonora: Credence Clearwater Revival - I heard it through the grapevine

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mercoledì 6 novembre 2013

London, giorno 0 di X

Manca circa un'ora al mio arrivo a Londra e quello strano mix di sensazioni di malinconia, tristezza, emozione, felicità, non vuole ancora passarmi. La mia vita è attualmente stivata in due valigie sotto il mio fondoschiena e pesa in totale 46 chili. 
È il mio primo aereo di sola andata. Nei miei viaggi senza ritorno ho sempre viaggiato in nave e la mia moto mi ha sempre seguito. Nel 2006 partii da Palermo alla volta di Valencia, nel 2008 lasciai di nuovo Palermo per Milano, entrambe le volte il mio addio iniziava a poppa e la solitudine durava almeno 20 ore. 
Ho passato la mia ultima serata italiana a mangiare carne di cavallo e bere birra. Con me mio fratello, coinquilino perfetto, e la sua ragazza, il mio socio ed amico ormai da anni Saverio, e Fabio, con cui è nata un'ottima amicizia e unico presente quel venerdì 17 maggio in cui, alle Colonne, comprai il biglietto per l'aereo su cui sono adesso.
Qualche ora prima capivo invece che ci sono persone che mi mancheranno davvero tanto e con cui, a volte, si è più vicini prendendo un aereo da Londra che un treno da Milano. Capivo, ancora una volta, che gli addii e le distanze ti fanno apprezzare di più quello che fino a qualche momento prima odiavi e disprezzavi. Capivo che mi sarebbe piaciuto salutare più persone, che forse avrei dovuto organizzare una vera fiesta de despedida come durante i bei tempi spagnoli.
Molti mi chiedono se ho già trovato lavoro e rimangono stupiti quando rispondo che vado a Londra a cercare di far decollare quello che posso già definire il progetto della mia vita, e per questo non ho intenzione di lavorare subito, almeno non ad un lavoro di quelli che ti portano via una giornata intera e che non ti lasciano il tempo di respirare e vivere la tua vita e i tuoi progetti.
Molti invidiano il mio coraggio, altri mi prendono per pazzo. Se lo sono davvero non lo so, ma quel poco di incoscienza e il maledetto ottimismo giocano senza dubbio una buona parte.
Cari amici miei, a presto.

Colonna sonora: Goodbye kiss - Kasabian


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